Testo

A cura di Giorgio Manusakis

Un’odissea lunga due secoli: i marmi del Partenone

Le olimpiadi 2004 tenutesi, come tutti saprete, in Grecia, hanno alimentato il fuoco, mai spento ma a tratti dimenticato, che arde intorno ad una questione di grande importanza per i Greci e non solo per loro: la restituzione dei fregi del Partenone esposti al British Museum. Sulla questione sono stati spesi fiumi di parole, sono stati scritti libri, sono nati comitati, siti internet e chi più ne ha più ne metta. Noi di Miti3000, tenendo fede al carattere informativo del sito, riteniamo giusto mettere a conoscenza dei fatti i nostri lettori e in particolare coloro i quali non hanno seguito le vicende, ed esprimere la nostra opinione in merito, senza alcuna pretesa. Lo faremo riassumendo l’accaduto, cercando di essere quanto più imparziali possibile, chiarendo la nostra posizione e le considerazioni che l’hanno resa tale. Come potrete leggere (se avrete la voglia di leggere fino in fondo), e come molti di voi già sanno, la questione dal punto di vista legale è molto intricata; diversi documenti, dichiarati veri o falsi a secondo di chi li tira in ballo, sembrerebbero dare al British o alla Grecia il diritto di custodire i marmi in questione, mentre, esaminando la questione dal punto di vista della “giustizia storica” e dell’opportunità di restituire i marmi (cosa che secondo alcuni farebbe si che altri Paesi richiedano la restituzione di beni artistici più o meno trafugati), il tutto diventa molto più soggettivo. Riporteremo anche le posizioni e le motivazioni, di nostra conoscenza, degli attori principali di questa contesa: il governo inglese, il governo greco ed il British Museum e, anche in questo caso, cercheremo di farlo nel modo più obiettivo possibile ma, per favore, non accusateci di essere filoellenici; lo siamo, lo diciamo apertamente e ne siamo orgogliosi. Ma questa è solo la nostra idea, maturata dopo anni in cui abbiamo coltivato con passione il nostro amore verso la civiltà ellenica.

I fatti

Inizialmente è giusto descrivere esattamente quale sia l’oggetto del contendere: si tratta di 15 metope, 56 bassorilievi di marmo e 12 statue, quasi l’intero frontone ovest del Partenone ove era rappresentata la processione panatenaica, oltre ad una delle sei Cariatidi del tempietto dell’Eretteo.
Il Partenone, eretto tra il 447 ed il 432 a.C per volere di Pericle il grande, dopo numerose trasformazioni dovute alle diverse occupazioni, subisce il danno più grave nel 1687, quando il generale veneziano Francesco Morosini bombarda l’Acropoli sapendo che i turchi la utilizzano come deposito di polvere da sparo; una tremenda esplosione distrugge una rilevante parte del monumento. Nel 1804 Lord Elgin, ambasciatore britannico presso l’impero Ottomano, asporta quanto sopra descritto. In merito, per cercare di essere quanto più obiettivi possibili, riporteremo una versione accettata anche da Jan Jenkins, responsabile del dipartimento antichità greche e romane del British, ovviamente contrario alla restituzione dei marmi. Stando a questa versione Lord Elgin chiede il permesso alle autorità ottomane di prelevare dall’Acropoli pietre con delle epigrafi, come è ancora scritto oggi nel firmano che gli è stato dato, ma invece di limitarsi a ciò, mandò una squadra di operai che, con scalpelli  e seghe, tagliarono le sculture una per una anche lasciandole cadere dall’alto, aggiungendo ulteriore danno al monumento. In seguito i marmi affrontarono un avventuroso viaggio in nave (in cui rischiarono di finire per sempre in fondo al mare) fino in Scozia, dove adornarono il giardino della villa di Lord Elgin. Secondo un’altra versione, invece, i marmi non raggiunsero mai la dimora del Lord in quanto lo stesso era stato imprigionato in Francia. Certo è che ad un certo punto Lord Elgin attraversò gravi difficoltà economiche e, pertanto, fu costretto a vendere i suoi beni; i marmi furono regolarmente acquistati dal governo britannico per 35.000 sterline e affidati in custodia al British, dove furono esposti per la prima volta nel 1817. In merito al fatto che Lord Elgin avesse o meno titolo ad asportare quanto descritto, ci sono diversi documenti a sostegno dell’una o dell’altra tesi; i primi furono presentati dallo stesso Lord Elgin al governo inglese per dimostrare che aveva avuto l’autorizzazione dalle autorità ottomane per procedere all’asportazione, di questi documenti la Grecia ha sempre contestato la legittimità; mentre sul fronte opposto si registra che nel novembre 2002 la casa d’aste Dominic Winter, ha messo in vendita una lettera del 1811 in cui l’ambasciatore britannico a Istanbul, Robert Adair, scrisse a Lord Elgin: le Porte (la corte del Sultano) nega che lei sia il proprietario di questi marmi, ciò in quanto i funzionari turchi che hanno venduto i pezzi del Partenone, non avevano titolo per farlo. Quanto scritto su questa lettera induce a riflettere su un’altra versione secondo cui Lord Elgin corruppe i funzionari ottomani ad Atene con regali di valore, affinché autorizzassero la rimozione dei marmi benché non ne avessero il titolo; chi sostiene questa versione cita anche diverse testimonianze della avvenuta corruzione. Secondo un’altra versione il “saccheggio” del Partenone iniziò nel 1801, autorizzato dal sultano Selim III che aveva accettato l’aiuto degli inglesi per liberare l’Egitto da Napoleone. Il primo imbarco pare fu effettuato il 26 dicembre 1801 sulla nave Mentor e solo l’esplodere dei moti autonomisti greci porse fine al saccheggio; questa versione include anche il saccheggio di Lord Elgin.
Fin qui la storia dei fatti narrati e accettati da entrambi i contendenti. Passiamo ora alle varie posizioni pro e contro la restituzione dei marmi e alle loro motivazioni.

Il governo Inglese

Il governo Blair ha sempre sostenuto che entrambe le parti hanno le loro ragioni, ma non è mai stato propenso alla restituzione dei marmi. Nel marzo del 1998 il Ministero per la Cultura Inglese, rispondendo ad una mail di un sito che si occupa della restituzione dei marmi,  pur riconoscendo l’importanza della cultura ellenica per tutti gli europei di oggi (noi diremmo per tutta la civiltà occidentale di oggi), considerando tutti gli elementi del problema, ha concluso che le sculture debbano rimanere al British. Ciò è giustificato dal fatto che le sculture furono legalmente acquisite ed affidate al British, il quale, inoltre, non può alienare oggetti dalle collezioni del museo per divieto espresso dal suo statuto. Conclude scrivendo il governo ha tenuto conto di tutti questi elementi ma ha comunque deciso per la non restituzione delle sculture, data la potestà legale del British Museum su di essi e le amplissime conseguenze che comporterebbe la restituzione di oggetti legalmente acquisiti. Quest’ultima parte, come avrete capito, allude a prevedibili richieste di restituzione, da parte di altri Paesi, dei beni artistici acquisiti dai vari musei di tutto il mondo a seguito di guerre, conquiste o in altri modi.
Più di recente sembrava ci fossero trattative tra i due governi per un prestito in occasione delle olimpiadi e il Sunday Times scriveva di incontri tra i dirigenti dei due musei (il British e il nuovo museo dell’Acropoli) con l’interessamento dell’UNESCO favorevole alle trattative, ma il tutto e svanito nel nulla, pare, per il timore, del British, che il “prestito” diventasse a scadenza indeterminata.

Il governo greco

La posizione del governo greco, consultabile anche sul sito internet dell’ambasciata, chiarisce che la richiesta di restituzione dei marmi non è di carattere nazionalistico; difatti la Grecia non richiede la restituzione di tutti i suoi beni artistici sparsi per il mondo che, anzi, ritiene un’importante veicolo di diffusione culturale e pubblicitaria, ma esclusivamente dei fregi del Partenone  in quanto parte integrante (nel vero senso della parola, in quanto per la maggior parte realizzati direttamente sull’edificio) di un monumento nazionale mutilato e di cui si chiede la restaurazione. In questo senso, come detto, i marmi non possono essere considerati una scultura mobile come statue o anfore, ma parti inseparabili del più importante monumento del periodo classico, dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Il governo greco non mette al centro della discussione il modo in cui sono stati rimossi i marmi, benché ritenga che non sussistano gli estremi di legittimità di proprietà che l’Inghilterra ritiene di avere, mette invece l’accento sul fatto che durante le olimpiadi l’attenzione mondiale sarà centrata su Atene e che la restituzione dei marmi, posta in un’ottica politica e storica particolarmente sensibile come quella attuale, sarebbe un beneficio anche per l’Inghilterra; a ciò aggiunge che è in costruzione il nuovo museo dell’Acropoli (vedi aggiornamenti), con una sezione speciale appositamente creata per dare una visione d’insieme e che all’inaugurazione di esso sarà marcatamente evidente la loro assenza. Il ministro greco per la cultura, ha anche proposto una forma di prestito a lunga scadenza, proposto anche come forma di collaborazione tra i due musei e come contropartita è stato proposto di portare al British nuove antichità da esporre temporaneamente. La Grecia, infine, sensibilizza l’Inghilterra su quanto detto e conta sulla sua sensibilità culturale e sulla fede del popolo britannico nei grandi valori umanistici dell’antichità.

Il British Museum

La posizione del British si basa fondamentalmente sul suo statuto, che gli impedisce di restituire un’opera d’arte della sua collezione. Robert Anderson,  ex direttore del British, in un’intervista al “The Times” al tempo in cui era direttore, prima nega che i marmi possano essere restituiti alla Grecia perché il museo non ha il potere di alienare nessuno dei suoi tesori. Gli amministratori, anche se  lo volessero, non possono decidere delle proprietà del museo. Lo vieta la legge, poi aggiunge che non saranno neanche dati in prestito per le olimpiadi in quanto vi è un limite ai poteri degli amministratori quando non c’è la garanzia che l’oggetto sia restituito” evidenziando palesi dubbi sulla buona fede dei greci e, infine, afferma che “la richiesta di prestito da parte del governo greco non è mai stata indirizzata al direttore del museo, il tutto è avvenuto a mezzo stampa, per cui non vi è stato neppure un nostro ufficiale diniego. Nell’agosto del 2003 il nuovo direttore del British ha inviato una lettera al ministro della cultura greco in cui chiarisce che i resti del Partenone  rappresentano un’istituzione mondiale e universale e per questo motivo il British Museum è il posto migliore per loro; contemporaneamente i vertici del British emettevano un comunicato in cui ribadivano che non riescono ad immaginare nessuna circostanza in virtù della quale cedere alle sollecitazioni del governo greco. Il British, inoltre, ritiene che Lord Elgin asportando i marmi li abbia salvati dall’incuranza dei greci, dai cercatori di souvenir e dagli atti vandalici, aggiungendo che la stessa Grecia ha dovuto rimuovere alcune sculture dal tempio per proteggerle dal deterioramento. Sempre nell’agosto del 2003, il Sunday Times pubblicava che vi erano degli accordi in fase di definizione per una custodia congiunta dei marmi, sotto l’egida dell’Unione Europea, secondo cui l’Inghilterra avrebbe conservato la proprietà formale dei marmi, mentre la Grecia  avrebbe avuto il compito di custodirli in un apposito museo ai piedi dell’Acropoli, sezione distaccata del British. Ma la smentita del British arrivò secca sul quotidiano The Guardian, sulle cui pagine gli amministratori del British sostennero che non vi erano stati ne colloqui segreti, ne prestiti a lungo termine; e alle pressioni del governo greco, il nuovo direttore del British, Neil McGregor, risponde: la migliore collocazione per i marmi è il British Museum, una delle poche istituzioni universali al mondo. Mentre alle successive pressioni del governo greco per una cessione temporanea in occasione delle olimpiadi, Hannah Bolton, portavoce del British, dichiara che anche se il museo normalmente concede prestiti all’estero, i pezzi centrali della collezione non ricevono quasi mai il permesso di lasciare Londra e che se ci sono stati colloqui in tal senso, riguardavano il prestito di altre opere d’arte con cui allestire mostre in occasione delle olimpiadi.

La posizione di miti3000

La nostra opinione è che i marmi debbano essere restituiti alla Grecia e il perché di questa nostra posizione, cercheremo di spiegarlo attraverso alcune considerazioni.

Considerazioni di carattere generale

Questo paragrafo vuole essere una sorta di premessa in cui riporteremo alcune delle posizioni espresse da chi ritiene che i marmi vadano restituiti e che sono da noi condivise.
Da ricordare la dichiarazione nr.1.3.272 del Parlamento Europeo sulla restituzione dei fregi del Partenone che recita: Con questa dichiarazione, approvata sulla base dell’articolo 48 del suo regolamento interno, il Parlamento europeo si pronuncia a favore della restituzione dei fregi del Partenone alla Grecia, tenuto conto della posizione dell’opinione pubblica britannica sulla questione e del fatto che le organizzazioni culturali internazionali hanno dichiarato il Partenone parte del patrimonio culturale mondiale. Bollettino UE 1/2 – 1999. In quanto alla posizione dell’opinione pubblica britannica cui fa cenno la dichiarazione dell’UE, va ricordato che nel 1996 l’emittente Channel 4 fece una trasmissione sui marmi del Partenone, in cui l’ideatore e presentatore William G. Stewart, lanciò una proposta di restituzione dei marmi che, da un sondaggio telefonico effettuato sui telespettatori, circa 100.000, fu accettata dal 92,5% di essi (le percentuali di sondaggi effettuati in Inghilterra e nel mondo molto più di recente, si attestano sull’85%). Qualche mese dopo la Camera dei Comuni si congratulò con Channel 4 e oltre 100 dei suoi membri, firmarono un documento che, sottolineando il sondaggio effettuato dall’emittente televisiva, recitava: la Camera dei Comuni considera che sebbene in passato ci possano essere stati motivi plausibili per trattenere i marmi, la restituzione sia ora non più rinviabile; e quindi richiede al governo di Sua Maestà di intraprendere allo scopo un immediato negoziato con il governo greco. Sulla stessa linea un articolo apparso di recente sul New York Times, in cui si sostiene che molti degli argomenti usati nei decenni dalla Gran Bretagna si sono corrosi, se mai sono stati veri. I britannici dissero inizialmente di voler dare loro onorevole protezione e tenerli al sicuro dall’ignoranza e dal degrado. Sono termini da imperialismo culturale che sembravano plausibili nel 1816. Ma nessuno ora può sostenere che i greci non siano in grado di proteggere i propri tesori artistici. Le scuse oggi si affidano ai cavilli legali, citando la legge che li affida per sempre al British Museum. E’ ora che questo per sempre finisca. Sempre negli USA la Camera ed il Senato sono state chiamate ad esaminare due risoluzioni che chiedono la restituzione dei marmi alla Grecia prima delle olimpiadi. Secondo i firmatari il Partenone è altissima espressione del genio artistico greco, simbolo principale dell’eredità culturale greca, copie del quale si vedono in molti edifici americani, tra cui il mausoleo del presidente Lincoln a Washington. In Italia, invece, tra i tanti articoli scritti in merito, nel dicembre 2002, in uno apparso su Il Manifesto inerente le opere d’arte in soggiorno all’estero, si legge: Sono spesso le direzioni dei più rappresentativi musei europei a rifiutare la restituzione in nome di una presunta maggiore capacità di tutela del bene in questione, altrimenti sono i governi stessi, propensi, nella stragrande maggioranza dei casi, a dimenticare momentaneamente le regole primarie della politically correctness in voga, pur di tenere sul suolo patrio le vestigia di un passato che non si intende, evidentemente, archiviare.
Da quando sono stati rimossi fino ad oggi, tante sono state le persone e le organizzazioni che si sono mosse in favore della restituzione dei marmi; scrittori, politici, artisti, etc.; tra gli attori, giusto per citare i più celebri, ricordiamo Peter Ustinov e Sean Connery e le attrici Emma Thompson e Vanessa Redgrave. In Grecia forte è stato l’impulso dato dall’attrice Melina Mercuri, la quale si è impegnata su tutti i fronti e con tutte le sue forze negli anni in cui è stata ministro greco della cultura. Alla sua scomparsa è stata costituita la Fondazione Melina Mercuri con decreto del Presidente greco.

Considerazioni storiche

Non ci soffermeremo molto sulle considerazioni di carattere storico, in quanto si rischierebbe di fare solo polemiche sterili su argomenti e argomentazioni già abbondantemente discusse. Ci limiteremo a dire che, anche qualora i documenti presentati da Lord Elgin legittimassero la loro vendita al governo inglese, essi, a nostro parere, furono frutto della corruzione dei funzionari ottomani e riteniamo che in tal senso vada letta la lettera dell’ambasciatore britannico a Istanbul indirizzata a Lord Elgin. Inoltre c’è da aggiungere che nonostante al tempo di Lord Elgin la Grecia fosse sotto il dominio ottomano da circa 350 anni, non crediamo che i greci  riconoscessero la Turchia come autorità competente se non come dominio e, quindi, forzatamente, ciò a maggior ragione negli anni in cui furono asportati i marmi, in quanto anticiparono di pochissimo l’insurrezione greca.

Considerazioni artistiche

Ricollegandoci a quanto detto sopra e anche ritenendo che l’autorità turca fosse in qualche modo riconosciuta dai greci, il diritto a disporre dei beni artistici di una nazione deve essere del popolo che ci vive e non della nazione occupante; ciò è stato anche sancito dalla convenzione dell’Aia del 1954 e dalla convenzione UNESCO 1970, che ritengono il bottino di guerra un atto di violazione dei principi minimi di giustizia e che il patrimonio culturale è strettamente legato all’identità dei popoli di cui costituisce un valore etico. Il principio affermato da queste due convenzioni, è dunque fondato sul concetto di valore dei beni culturali, valori che sono portatori dell’identità, della società e del popolo del Paese in cui nascono e in quanto tali sono da ritenersi testimonianze delle tradizioni, della cultura e della storia del luogo in cui sono stati ideati e realizzati. Questa valutazione dei beni culturali sancita dalle due convenzioni, è quello su cui si basa, ancora oggi, il concetto di valore culturale e, benché all’epoca di lord Elgin non fosse ancora stato sancito, lo stesso Lord e, quindi la società dell’epoca, comprendeva bene il valore storico artistico dei marmi. E che la società dell’epoca fosse più vicina, da un punto di vista di comprensione del valore artistico, a quella delle convenzioni di cui sopra, piuttosto che a quella barbarica del sacco di Roma, è testimoniato dallo sdegno immediatamente espresso da un altro Lord, George Byron, che nel suo Il pellegrinaggio del giovane Aroldo scrisse: ciechi sono i tuoi occhi che non versano lacrime quando guardano, O Grecia amata, le tue sacre membra razziate da profane mani inglesi, che hanno ferito ancora una volta il tuo petto dolente, e rapito i tuoi dei, dei che odiano l’abominevole nordico clima d’Inghilterra. Lord Byron da alcuni è ritenuto un avventuriero pazzo (anche se, a nostro parere, in questo caso dimostrava di essere più sano di Lord Elgin), ma osiamo sperare che non lo fosse anche Hugh Hammersley, membro della Camera dei Comuni nel 1816, il quale espresse il suo sdegno circa l’accaduto deplorando che lo stato non abbia impedito un simile furto e propose che la Gran Bretagna conservi i marmi solo in concessione, finché l’attuale possessore della città di Atene, o qualcun altro in futuro, non li reclami. Anche questa (ma potremmo citarne altre) ci sembra una testimonianza di quanto cosciente e sensibile fosse la società dell’epoca, in particolare quella inglese, verso i beni artistici ed il loro valore storico-culturale,  quindi a noi sembra di non essere pazzi affermando che Lord Elgin fosse cosciente del danno storico-artistico-culturale che stava arrecando alla Grecia. Ma ci sovviene che dal punto di vista di coloro che si oppongono alla restituzione dei marmi, Lord Elgin è visto come un salvatore dell’arte, in quanto asportandoli li ha salvati dai cacciatori di souvenir, dagli atti vandalici e, in ultimo, senza volerlo, anche dallo smog. Ci permettiamo di contestare questa tesi; in primo luogo perché è solo un’ipotesi e non una tesi, si può benissimo ipotizzare che lasciandoli dov’erano a quest’ora sarebbero ancora li insieme al resto del Partenone (se non c’è più avvisateci per cortesia), inoltre dubitiamo anche del fatto che Lord Elgin intendesse salvarli; se questa fosse stata la sua vera intenzione, non li avrebbe sottoposti ad un viaggio in nave lungo e pericoloso (tanto che quasi si concluse con un naufragio! Ma forse Lord Elgin volendo emulare a tutti i costi i greci, si immedesimò in Ulisse), ne li avrebbe esposti nel giardino della sua villa in Scozia e non solo per il clima scozzese; se questa è l’idea del British di salvataggio allora perché li hanno esposti in una teca del museo, potevano lasciarli nel giardino di Lord Elgin. In conclusione ci sembra molto improbabile che Lord Elgin abbia comprato (?) i marmi dal Sultano e li volesse trasferire solo perché  riteneva questo l’unico modo di salvarli. Ci manca solo qualcuno che ritenga anche il Sultano un benefattore che cedeva i marmi solo perché, anche secondo lui, era l’unico modo per salvarli; un mondo di benefattori il XIX secolo insomma! E poi, se proprio volevano salvare l’arte, perché non smontare tutto il tempietto dell’Eretteo o addirittura tutto il Partenone, per rimontarli in Inghilterra, magari nel giardino di Buckingam Palace! I tedeschi lo hanno fatto con l’altare di Pergamo e la porta del mercato di Mileto, ma forse da bambini giocavano più spesso degli inglesi con le costruzioni. Dobbiamo inoltre far presente il salvataggio storicamente accertato che ha compiuto il British negli anni 30, quando i suoi esperti decisero che era ora di sbiancare i marmi e per farlo usarono acidi, spazzole metalliche e sostanze abrasive e, per giunta, avendo capito di averla fatta grossa, gli inglesi tennero segreto il fatto per evitare brutte figure; il tutto fu scoperto e reso pubblico dallo storico britannico St.Clair. Dunque, ricapitolando, i salvatori prima staccano i marmi con seghe e scalpelli facendoli anche cadere dall’alto e danneggiandoli, per loro stessa ammissione, poi gli fanno fare un lungo e avventuroso viaggio in mare con tanto di scampato naufragio, successivamente li piazzano a uso decorativo nel giardino di una villa della Scozia che li protegge col suo clima mite e, infine, li ripuliscono con spazzole metalliche, sostanze abrasive e acidi! A noi sembra più una tortura che un salvataggio.
Passando a considerazioni più puramente artistiche e ricordando il concetto di valore artistico-culturale espresso dalle convenzioni sopra citate, riteniamo che i marmi, in quanto parte integrante del Partenone, se fossero restituiti al loro contesto originale, ricreerebbero la continuità storica e architettonica spezzata da Lord Elgin e questo anche se esposti in un museo. Ricordiamo, a tal proposito, che nel nuovo museo dell’Acropoli è stata progettata un’apposita sezione dove esporre i marmi in modo da dare una visione armonica d’insieme. Ma molto più recentemente, la maggioranza degli architetti greci ha espresso la convinzione che il posto ideale dove dovrebbero essere posti i marmi è proprio il frontale originale, ciò non solo per motivi artistici, ma anche perché, contrariamente a quanto si riteneva prima, ne migliorerebbero la staticità. Questa nuova tendenza è espressa sul TEE, rivista ufficiale dell’ordine degli architetti ed ingegneri greci.
In merito sempre a questioni artistiche, molti evidenziano che i marmi sono al British da ormai due secoli e che se fossero restituiti si distruggerebbe un contesto storico creato due secoli fa. Il fatto, a nostro parere, è vero ma rappresenta un aspetto di una questione discussa ormai da tempo da storici e archeologi, cioè questa: è opinione diffusa che le opere d’arte dovrebbero sempre rimanere nel loro contesto originale, dove sono state concepite, ideate e realizzate, ma quando per motivi storici vengono asportate rimanendo altrove per secoli, inevitabilmente costituiscono un nuovo contesto storico il quale, se asportate, viene a sua volta danneggiato. A noi sembra il classico serpente che si morde la coda; al di la del fatto che non ci si deve dimenticare che Lord Elgin ha spezzato un contesto più lontano da noi nel tempo, ma che durava da oltre due millenni (qualche anno in più di due secoli), siamo del parere che, proprio perché ogni singolo contesto è diverso e ugualmente importante, si debba analizzare caso per caso quale sarebbe il contesto migliore dove un’opera d’arte dovrebbe essere collocata. Il caso di cui stiamo parlando, rappresenta un caso unico in questo senso. Il Partenone  non è una semplice statua o un’anfora. Dal 1817, anno in cui i marmi del Partenone vengono finalmente esposti al pubblico nelle sale del British Museum, i rilievi di Fidia diventano il massimo simbolo della classicità. E la loro immagine comincia a riflettersi all’infinito, in una miriade di studi, di imitazioni, di riprese. Le tracce di quelle sculture nell’arte italiana e la loro influenza sulla cultura artistica inglese e sulla pittura francese, testimoniano la forza delle loro suggestioni… (Introduzione a L’eco dei marmi di Vincenzo Farinella / Silvia Panichi). L’influenza dei marmi è stata tale pur se esposti in un museo e nonostante non sia rispettata la sequenza originaria della processione panatenaica. La nostra idea è che se i marmi tornassero nel loro contesto originale, potrebbero potenziare la loro capacità di suggestione, perché si creerebbe un nuovo/antico contesto in cui verrebbero inseriti e sarebbero ammirati con occhio diverso, come non lo sono da ormai due secoli, ciò a tutto vantaggio dell’arte e dunque dell’umanità intera.

Considerazioni sul valore simbolico dei marmi

A nostro avviso il valore simbolico racchiuso nei fregi del Partenone, da solo basterebbe a giustificarne la restituzione, questo perché se su tutte le considerazioni di carattere artistico e storico ci possono essere opinioni contrastanti, spesso opposte, dovute ai vari punti di vista, non ci possono essere contrasti su ciò che rappresentano i marmi ed il Partenone per i greci dal punto di vista emotivo; se ne può solo tener conto o meno. Noi di miti3000 scegliamo di tenerne conto e anche in misura più rilevante rispetto alle altre questioni affrontate. Per spiegarne il perché partiremo dalle parole dette dall’indimenticabile Melina Mercuri: I marmi sono l’essenza della grecità. Sono il nostro orgoglio e la nostra aspirazione. Queste parole, a nostro avviso, già spiegano l’ineguagliabile valore simbolico del Partenone e dei suoi marmi, ma cercheremo di andare oltre e di ampliarne la visione.
Se avete visitato il nostro sito alla sezione i luoghi del mito, avrete avuto modo di vedere le foto di templi, statue, ma anche solo di spiagge, la cui origine si perde nel vortice del tempo e, ancor più, del mito; avrete visto le foto del teatro di Epidavros, dove da oltre 2000 anni il teatro viene rappresentato nella sua vera essenza; avrete visto lo stadio di Olimpia, che tra qualche mese, a distanza di millenni, sarà nuovamente luogo di competizioni olimpiche; ma, leggendo le storie che ruotano intorno a questi luoghi, avrete visto anche come una semplice fonte d’acqua, come quella di Aghia Monì o una bellissima baia dove i turisti, spesso ignari, fanno il bagno, come quella di Assini, siano avvolte dal velo immortale del mito. Quando si arriva in Grecia, ci si accorge che ogni tempio, ogni statua, ogni montagna, ogni spiaggia e ogni piccola pietra, è avvolta da questo velo immortale che è il mito e che le sue radici sono ovunque, essenza stessa della Grecia. Quando si è in Grecia o si parla della Grecia dal punto di vista storico o culturale in genere, non si può prescindere dal mito. Il mito, che troviamo nella religione, nell’arte, nel teatro e che in Grecia è ovunque, è un elemento base della cultura e della civiltà ellenica e, quindi, dell’intera civiltà occidentale che da essa si è sviluppata ed evoluta. Ma se ci chiediamo cosa possa essere talmente grande da racchiudere e simboleggiare tutto ciò, la risposta non può essere che una: Atene, la sua Acropoli, il suo Partenone. Dunque, a nostro modo di vedere, il Partenone è il simbolo dell’essenza della grecità, emblema dell’intera civiltà occidentale. Vedere un’opera d’arte mutilata, fa soffrire ogni persona che abbia un minimo di sensibilità, ma privare il Partenone di una parte cosi importante come i fregi, che rappresentano la processione panatenaica, e l’Eretteo di una delle Cariatidi che lo sorreggeva, è come mutilare ogni cittadino greco di una parte della sua essenza e della sua anima. E’ quanto alto sia il valore simbolico dell’Acropoli per i greci, ce lo ricorda la targa affissa alla base della bandiera greca in memoria dei patrioti greci, morti per far sventolare nuovamente la bandiera greca al posto di quella nazista; i patrioti che hanno compiuto quel gesto, coscienti di andare incontro alla morte, lo hanno fatto per non vedere la loro essenza di greci ed il simbolo a loro più caro, l’Acropoli, infangato da una bandiera indegnamente innalzata sulla collina sacra a chi, la democrazia, l’aveva inventata. Crediamo che quanto qui scritto brevemente, insieme a tutte le altre testimonianze della cultura e della civiltà ellenica che trovate nelle pagine di miti3000, possa bastare a spiegare l’essenza della grecità e l’importanza che essa ha per l’umanità e ancor di più per i greci. Ed è per l’enorme valore simbolico che il Partenone rappresenta per la Grecia, ma non solo, che auguriamo ai fregi del Partenone che la loro odissea, lunga ormai due secoli, termini quanto prima allo stesso modo in cui terminò, millenni prima, quella del loro più celebre patriota che li precedette, Ulisse: con il rientro a casa.

Aggiornamenti

10/03/2004 – Il consiglio comunale della città di Liverpool, con 37 voti a favore e 4 contrari, ha adottato una votazione con cui invita il governo britannico a restituire alla Grecia i marmi del Partenone. La collocazione di questa iniziativa del comune di Liverpool, assume un significato particolare dal momento che questa città sarà la prossima capitale politica europea. Questa votazione riflette l’idea dell’opinione pubblica britannica che, come dimostrano gli ultimi sondaggi demoscopici effettuati, per l’81% è a favore della restituzione dei marmi del Partenone. Sembra ovvio che la posizione presa dal consiglio comunale di Liverpool circa i marmi del Partenone, sarà adottata anche da altri comuni inglesi, circostanza che inevitabilmente intensificherà le pressioni sulla direzione del British Museum. (Fonte: www.flash.gr)

ANSA del 24/03/2004  h.10:04 – ATENE 2004: PARTENONE RESTERA’ CON LE IMPALCATURE
ATENE, 24 MAR – I turisti che arriveranno ad Atene per i giochi olimpici di agosto rischiano di restare profondamente delusi, se si aspettano monumenti e musei tirati a lucido per l’evento. Dopo le notizie sulla parziale apertura del Museo archeologico nazionale, sul museo dell’Acropoli bloccato prima ancora di nascere dalle cause legali, il governo ha annunciato che il Partenone, simbolo stesso della Grecia, resterà in parte  avvolto da impalcature e altre strutture per il restauro nel periodo dei giochi, mentre il vicino tempio di Atena Nike verrà riassemblato solo in parte. Sulla sommità dell’Acropoli è in corso da anni un progetto di restauro del Partenone, del tempio di Atena Nike e dei propilei. Il precedente governo aveva fatto pressioni sui restauratori affinché i monumenti fossero liberi dalle impalcature entro il prossimo agosto, ma ieri il nuovo viceministro della cultura Petros Tatoulis, visitando il sito, ha chiarito che solo i propilei – l’ingresso alla straordinaria area archeologica – saranno liberi e visibili nella loro completezza dai visitatori. Il colonnato nord del Partenone sarà ricoperto dalle impalcature, mentre il tempio di Atena, che è stato smontato pezzo per pezzo per il restauro, sarà rimontato solo per metà in agosto. Tatoulis, sottolineando che si tratta di “uno sforzo molto importante”, ha detto che il nuovo governo conservatore è in favore della costruzione del museo dell’Acropoli, che ha avuto e sta avendo una vita tormentata. Tuttavia, le ultime cause legali ed indagini penali sui permessi dati alla costruzione – che potrebbero danneggiare rovine presenti sul sito – sono nate proprio dalle denunce di Tatoulis, quando era deputato dell’opposizione.

ANSA del 07/04/2004 h.11:42 – MUSEI ATENE, VIA LIBERA DA ALTA CORTE PER L’ACROPOLI
ATENE, 7 aprile 2004 – Una buona notizia nella travagliata esistenza del cantiere per la costruzione del nuovo museo dell’Acropoli ad Atene: il Consiglio di stato, la più alta istanza della giustizia amministrativa greca, ha respinto la causa legale, che aveva portato allo stop dei lavori, che denunciava i danni ai reperti archeologici provocati dal progetto.
Il progetto può ora ripartire, anche se continua un’inchiesta penale su coloro che lo autorizzarono, senza tener conto dei possibili danni ai reperti archeologici presenti sul sito.
Sul tormentato museo si è espresso ieri anche il premier Costas Karamanlis, che incontrando il presidente della Fondazione Melina Mercuri, il regista Jules Dassin, ha personalmente garantito che il museo si farà. Melina Mercuri, celebre cantante ed attrice, nonché ministro della Cultura, fu tra le massime promotrici della necessità di costruire questo museo, oltre che della necessità di far tornare in Grecia i marmi del Partenone conservati al British Museum di Londra, che nei progetti iniziali avrebbero dovuto essere ospitati dal nuovo museo in occasione dei giochi olimpici.
Il cantiere può ora ripartire, ma è certo che la struttura – costo 94 milioni di euro – non verrà ultimata in tempo per i giochi. Il Consiglio di stato ha sancito che i lavori non causeranno danni alle rovine presenti sul sito – che secondo il progetto verranno inglobate nella struttura – e ha quindi respinto la denuncia dell’organizzazione Consiglio internazionale per i monumenti e i siti archeologici e dei residenti della zona secondo cui la costruzione avrebbe devastato i reperti presenti alla base dell’Acropoli.
Ma non tutto è risolto per il museo: continua infatti l’inchiesta per abuso d’ufficio sul comitato del ministero che assegnò la costruzione del museo ai due architetti Bernard Tschumi e Michael Photiades. I due vinsero il concorso dopo che un primo concorso, che era stato vinto dal progetto degli italiani Manfredi Nicoletti e Lucio Passatelli nel 1989, fu annullato.
La magistratura sta anche indagando sul Consiglio centrale archeologico, che approvò i progetti per il museo e diede il via libera ai lavori. In entrambi i casi, si sospetta ancora una volta che la decisione non abbia tenuto conto dei possibili danni ai reperti del sito. Un elemento singolare della vicenda è che la denuncia che ha fatto scattare l’inchiesta è stata fatta dall’allora deputato di opposizione Petros Tatoulis, oggi vice ministro della Cultura, che ieri insieme a Karamanlis ha garantito che il museo si farà.