La pietas che da Virgilio in poi caratterizza il personaggio di Enea è nelle letterature e nelle arti figurative di tutta Europa, e
non c’è naturalmente da spendere impegno a riparlarne. Molto meno nota, e tuttavia ampiamente documentata, dalla mitologia greca sino alla
cultura umanistica e rinascimentale, è la versione che sinteticamente definiremo dell’impius Aeneas: l’eroe sarebbe un
traditore, con Antenore, Anchise ed Eleno,
della sua patria, perciò scampato alle stragi e alla rovina della sua città. Proprio in ricompensa del suo tradimento i Greci avrebbero
concesso a lui e ai suoi familiari ed amici una sorta di lasciapassare, ed egli sarebbe partito per fondare una nuova Troia.
Le testimonianze in
proposito sono numerose e spesso imprevedibili. Vi accennano, tra gli altri, Livio, Orazio, Seneca, Tertulliano e, a detta di Donato e Servio, lo stesso
Virgilio; e tra i Greci, spesso con riferimento ad autori assai più antichi, Sofocle, Senofonte, Dionigi d’Alicarnasso, Dione Crisostomo,
Diodoro Siculo, Strabone, Pausania; e più tardi, con riferimento soprattutto ad Antenore, gli scoliasti e Suda.
Tra l’età di
Nerone e la latinità più tarda, la storia di Enea traditore riprende vigore, e, pur restando naturalmente in ombra rispetto alla versione
virgiliana. trova ampio spazio nel resoconto che della guerra di Troia dànno due singolari autori, “Ditti cretese” e “Darete
frigio”.Entrambi dicono di essere stati partecipi, l’uno nell’esercito greco, l’altro tra i difensori della città, di quel
memorabile conflitto. Indirettamente essi si dichiarano più degni di fede di chi verrà quattro secoli dopo, Omero. Nei loro interessantissimi
scritti, tradotti dal Settembrini nel primo Ottocento e mai degnamente editi in Italia nella lingua originale, il tradimento di Enea ed Antenore ha largo
spazio e si colora di aspetti e toni romanzeschi. Le due opere sono variamente datate, ma i probabili originali greci vanno fatti risalire al periodo
compreso tra I secolo a.C. e I d.C.
Anche durante e dopo i secoli bui, accanto alla tradizione virgiliana, fiorì quella dell’Enea
traditore: ne troviamo ampia notizia, per quanto concerne la letteratura inglese delle origini, in Giuseppe Iscano, che mise in esametri latini appunto
la Daretis Phrygii Ylias; nelle numerose volgarizzazioni che di Darete si fecero nel XII secolo; e soprattutto in un importante romanzo in versi
della nascente letteratura francese, a metà tra il poema epico e quello cavalleresco, il Roman de Troie di Benoit de Sainte Maure, un
monaco normanno. L’opera ebbe una diffusione amplissima in tutta Europa, venne più volte rimaneggiata e ridotta in prosa.
Nella seconda
meta del XIII secolo Guido delle Colonne, meglio conosciuto come poeta della scuola siciliana, ne tradusse in latino proprio una delle versioni in prosa:
la sua opera dal titolo Historia destructionis Troiae ebbe un successo enorme, e lo testimonia la lunga serie di volgarizzamenti nelle lingue e
nei dialetti di tutta Europa: ce ne fu una anche in napoletano! Anche in questo caso, naturalmente, compariva la versione alternativa del mito di Enea
L’argomento del tradimento compare anche in un passo di Boncompagno da Signa, importante personaggio toscano del XIII secolo, nel
volgarizzamento romanesco di un testo latino del Duecento e, soprattutto, in un passo del Trésor di Brunetto Latini, il famoso maestro di
Dante. Possibile che il divino poeta fosse all’oscuro di questa storia?
Obbiettivo di questa ricerca è collegare le testimonianze
greche e latine a quelle medievali e moderne, e fornire qualche spunto esegetico ad un episodio notissimo della Commedia, quello del conte
Ugolino.
Omero ci descrive con simpatia Enea, mettendo però in rilievo un aspetto che si rivelerà
non secondario: la rivalità tra Anchise e Priamo 1 che per alcuni autori sarà causa determinante del tradimento
2.
Nei poemi del ciclo troiano si fa forse già cenno alla infamante accusa 3: Lesche,
nella Piccola Iliade racconta che Andromaca ed Enea, prigionieri di guerra di Neottolemo, ne furono trattati con favore, e che Enea sarebbe
stato liberato dai Greci.Forse ne parlavano anche nelle Iliuperseis Stesicoro e Ibico, ma né i pochi frammenti né la Tabula
Iliaca (una tavoletta marmorea del I sec. a.C. ritrovata sul Campidoglio e ritraente Enea in fuga da Troia, con la scritta ”secondo
Stesicoro”) ci autorizzano a deduzioni certe.
Senza fare il nome di Enea, ma scaricando tutte le colpe su Antenore, numerose e
significative fonti 4 parlano di un segnale che i Greci avrebbero posto alla sua casa perché non fosse saccheggiata
e incendiata.
Di un trattamento particolare dei Greci per Enea parla Senofonte 5, che però nulla dice del
tradimento dell’eroe, anzi ne esalta la pietas per aver pensato prima agli dèi, poi ai familiari e solo in ultimo alle ricchezze
quando lasciò la città. Ed Ellanico di Mitilene, in un lungo frammento dei suoi Troicà 6,
assolve Enea dall’infamante sospetto; ma parla delle ricchezze che egli riesce a portar via da Troia , insieme con i familiari e gli amici,
grazie alle trattative con i Greci avvenute, beninteso, a guerra finita. Dello stesso tono sono molte altre testimonianze 7:
l’eroe salverebbe anzitutto i Penati e il vecchio padre Anchise, destando
così l’ammirazione dei Greci che gli consentono perciò di portare con sé chi egli voglia e le sue ricchezze. Enea non
sarebbe certo un traditore, ma la particolare benevolenza dei nemici avrebbe finito fatalmente per alimentare il sospetto.
A parlare per primo,
sia pur indirettamente, di tradimento è Dionigi d’Alicarnasso, lo storico di età augustea8. Egli è
dichiaratamente incredulo, ma non di meno riferisce l’esplicita accusa di Menecrate di Xanto, uno storico del IV secolo a. C. Quella di Menecrate
è la prima testimonianza decisamente ostile ad Enea, e collega il tradimento alla rivalità tra Priamo
e Anchise.
A Roma, le lotte civili di età repubblicana spiegano chiaramente perché Enea, progenitore della gens Iulia, venisse alternatamente esaltato o condannato dalle fazioni in contrasto. Questo accade prevalentemente dall’età di Cesare, ma fonti più tarde fanno riferimento anche ad autori precedenti.
Nel IV secolo d.C. l’anonimo autore del De origine gentis Romanae 9 riferisce che il greco Alessandro di Efeso, autore della Guerra Marsica indica come traditori di Troia Antenore e altri principi, spiegando anch’egli la fuga di Enea con l’ammirazione che la sua pietas avrebbe destato in Agamennone. Aggiunge però che Lutazio Catulo, console con Gaio Mario nel 102 a.C., ne parla esplicitamente come di un rinnegato e lascia intendere che solo grazie al suo tradimento gli sarebbe stato permesso di portare con sé le tante ricchezze e i compagni nel viaggio verso l’Italia. Lutazio Catulo fu ucciso dai democratici nell’87 a.C., e il suo racconto non può essere stato per evidenti motivi di tempo influenzato dall’ostilità a Cesare e alla gens Iulia, ma risale ad una tradizione precedente.
Ancor più significativi naturalmente sono i commenti ad alcuni passi virgiliani di Tiberio Donato e Servio 10, perché la contestazione ad Enea è quasi una sconfessione di Virgilio stesso, e di Porfirione 11 ad un passo su Enea del Carmen saeculare di Orazio.
Anche Livio 12 nelle parole iniziali della sua opera riferisce di un trattamento benevolo dei Greci per Antenore ed Enea, ma senza parlare di tradimento.
Se Cesare ed Augusto avevano un evidente interesse ad esaltare la gens Iulia e il suo capostipite, è comprensibile che questi autori, legati a loro in misura diversa ma comunque profonda, abbiano cercato con successo di lasciare il più possibile in ombra comportamenti non proprio limpidi che gli avversari politici rimproveravano ad Enea. I loro commentatori lo capiscono bene, e a distanza di secoli ne parlano in maniera più esplicita.
Le vivaci contestazioni alla gens Iulia e al suo fondatore cessarono presto e il periodo augusteo venne anzi, forse troppo generosamente, preso a modello dalla classe senatoria. Ma la polemica su Enea imprevedibilmente riprese nella stessa domus imperiale.
Seneca 13 mostra infatti chiaramente di conoscere la versione alternativa del mito di Enea ma non sembra crederci. Egli moralisticamente difende il pio fondatore di Roma dalla nota accusa, perché il nobile intento di sottrarre il padre alla schiavitù non può aver indotto il pio Enea all’ingiustificabile tradimento della patria.
In età flavia, Dione di Prusa 14 sosterrà paradossalmente che Omero non merita di essere creduto e che la guerra di Troia non ci sarebbe mai stata. Al contrario, i rapporti tra i Greci e i Troiani furono tali da consentire ad Antenore, Eleno ed Enea di conquistare regni ad occidente della Grecia, dalla quale “si astennero per via dei giuramenti”. Quali giuramenti? Forse anche qui è possibile cogliere una qualche eco del tradimento, perché dall’accordo tra Greci e Troiani sarebbe nata quella Roma che Dione intende esaltare.
Ma non è Seneca a rendere così rilevante l’età di Nerone ai fini della nostra ricerca. In quegli anni, stando almeno a quanto racconta nella prefazione il non meglio noto Lucio Settimio, sarebbe venuta alla luce da una tomba di Creta, in seguito ad un terremoto, un manoscritto in caratteri fenici, gli unici noti ai tempi della guerra di Troia. La tomba era quella di Ditti ed il manoscritto conteneva il resoconto della guerra cui egli aveva partecipato, proprio come cronista ufficiale, al fianco del re di Creta Idomeneo. Alla sua morte, così come Ditti aveva chiesto, il manoscritto era stato posto nella sua tomba ed ora finalmente il caso lo portava alla luce. Il sovrano dell’isola, Prassi o Euprasside, lo aveva portato in dono a Nerone, che ne era stato entusiasta e che l’aveva fatto tradurre in greco. L’opera era poi, in un momento imprecisato (IV secolo d.C.?), giunta nelle mani di Lucio Settimio, che l’aveva tradotta in latino e donata ad Aradio Rufino, destinatario della prefazione. La storia viene ripresa, con qualche lieve variazione, nel prologo, e parrebbe al lettore moderno un modello delle successive, reiterate invenzioni di ritrovamento di antichi manoscritti; è parsa a lungo totalmente fantastica, legata all’attività delle scuole di retorica di età imperiale, ma così non è. Le testimonianze su Ditti e la sua opera sono molto numerose e in Egitto è stato anche ritrovato un papiro greco [Pap. Tebtunis 268] databile appunto al I secolo d.C. che contiene certamente un passo originale della sua opera, quello della morte di Achille per mano di Paride e Deifobo. Il problema filologico relativo a Ditti cretese è molto complesso, ma a noi interessa soprattutto la conclusione: l’opera viene riportata all’età di Nerone, ma l’originale greco è probabilmente ellenistico.
La vera identità di Ditti 15 resterà per sempre ignota, ma più importante per noi è quella fittizia: egli si dichiara testimone diretto degli eventi che racconta. Il nome di Omero non comparirà mai, giacché il grande poeta, nella finzione letteraria appunto, nascerà almeno quattro secoli dopo, ma il raffronto con lui riemerge continuo, anche se involontario. L’”autopsia” intende dare credibilità al racconto, ma essa è merito della storiografia ionica e attica del V secolo a.C., non si può farla risalire al remoto conflitto Troiano. Tuttavia Ditti e soprattutto il suo “gemello”, Darete 16, riuscirono a convincerne il grande Isidoro di Siviglia e i loro imitatori medievali, Benoit de Sainte Maure e Guido delle Colonne 17.
Le Ephemerides di Ditti si estendono ai temi dell’intero ciclo omerico, e attingendo al patrimonio tragico e lirico della letteratura greca, diventano per noi una interessantissima anti-Iliade e anti-Odissea e, per quello che qui ci riguarda, una vera e propria anti-Eneide.
Il racconto del tradimento è nel quarto e quinto dei sei libri 18. Eleno, il profetico figlio di Priamo, morti ormai Ettore e Paride e venuta meno Pentesilea, la regina delle Amazzoni uccisa da Pirro, ha chiesto asilo ai Greci prevedendo la caduta della città per mano di Antenore ed Enea. E infatti sotto la sapiente regia del primo e la attiva partecipazione del secondo, con la finzione della trattativa di pace prende corpo il tradimento. Antenore convince Teano 19, sacerdotessa di Minerva, a consegnargli il Palladio, e lo dà ai Greci in cambio dell’incolumità per sé e i suoi e di metà del regno; ad Enea viene garantita l’incolumità per sé e per i suoi e il mantenimento delle sue ricchezze. I due traditori si impegnano a raccogliere dai loro concittadini l’ingente somma pretesa dai Greci per l’illusoria pace e nell’abbattimento delle mura per consentire l’ingresso in Troia del cavallo fatale.
Anche se il peso maggiore del tradimento ricade su Antenore, non vengono quindi nascoste le pesanti responsabilità di Enea. I Greci riconoscenti manterranno quanto avevano promesso. Le case di Antenore ed Enea non vengono distrutte perché alcune guardie le sorvegliano durante il saccheggio; ad Enea viene addirittura offerto di partire con i vincitori, per avere parità di diritti e di regno in Grecia. Si descrive poi la commovente vicenda di Polissena 20 e la fine di Ecuba, e largo spazio Ditti dà al contrasto tra Aiace ed Ulisse per l’assegnazione del Palladio 21.
Forse proprio l’esaltazione di Augusto, rimpianto dal senato come ideale princeps, spiega perché Nerone abbia per ripicca curato personalmente l’edizione dell’opera di Ditti e ne abbia voluto una diffusione ampia. Sul progenitore della gens Iulia (che, è bene ricordarlo, non è quella di Nerone) tornava a gravare l’antica infamia, ma la damnatio del tiranno l’avrebbe resa troppo breve e precaria. Sarebbero occorsi altri secoli perché l’immagine del fondatore di Roma tornasse ad offuscarsi.
Ancor più fitto che per Ditti è il mistero che circonda il sedicente Darete frigio, che si dice autore dell’altro scritto di argomento troiano, il De excidio urbis Troiae. L’opera è stata variamente datata dal IV al VI secolo d. C. ed è certamente tarda, ma probabilmente risale a modelli della seconda sofistica se non addirittura della prima.
L’opera è molto più breve delle Ephemerides di Ditti, ma include nella parte iniziale la vicenda
argonautica e la prima distruzione di Troia per mano di Giasone ed
Ercole. Nella prefazione, con abile finzione letteraria, “Cornelio Nepote” scrive a
“Sallustio”:
Cornelio Nepote saluta Sallustio Crispo. Quando ero nel pieno dei miei studi ad Atene, ho scoperto la storia di
Darete Frigio, scritta di suo pugno, come indica il titolo, che egli ha tramandato sulle vicende di Greci e Troiani. Io ne sono rimasto affascinato e
l’ho subito tradotta. Ed ho ritenuto di non dover aggiungere né togliere nulla per modificarla, altrimenti sarebbe potuta sembrare mia.
Ho ritenuto la cosa migliore, quindi, tradurla in latino parola per parola, visto che era scritta in modo veritiero e in stile semplice, in modo che i
lettori potessero conoscere come si erano svolti questi fatti; e decidere se considerare più vero quel che ha tramandato Darete Frigio, che
visse in quell’epoca e combatté la guerra con cui i Greci assalivano i Troiani, o credere ad Omero, che è nato molto tempo dopo che
fu condotta quella guerra.
La finzione appare abbastanza verisimile: Cornelio Nepote e Sallustio potrebbero davvero essersi conosciuti, anche
se le loro scelte politiche furono quasi certamente diverse. Lo stile di “Darete” richiama per la sua brevitas quello di Nepote, e sembra
ispirarsi all’atticismo di moda nel I secolo a.C. Il racconto del tradimento è nei paragrafi finali 22, e
non manca di drammaticità, pur se l’autore non fa trasparire alcuna emozione. Con evidente intento razionalistico, non si fa cenno al
Palladio e il cavallo è qui solo un dipinto sulla porta Scea. Enea nasconde Polissena, ma Antenore la scopre e la fanciulla viene sgozzata sulla
tomba di Achille. Agamennone adirato esilia Enea, che lascia Troia con quelle stesse navi che
erano servite un tempo per il ratto di Elena.
Nonostante la brevità e le notevoli
differenze, “Darete” ha certo avuto tra i suoi modelli “Ditti cretese”. In particolare, sono descritti con precisione i ruoli di
Enea, Antenore, Eleno ed Anchise nel tradimento della città. E, ben più di Ditti, nel Medio Evo e fino a Dante, Darete fu direttamente o
indirettamente noto e alimentò la leggenda dell’impius Aeneas.
Un cenno merita anche lo spazio che a questo argomento dedicò il Cristianesimo. Tertulliano 23 e Agostino 24 criticano fortemente l’inclusione di Enea tra gli dèi indigetes di Roma e la definizione che normalmente se ne dà di pius: e loro parole richiamano assai da vicino Seneca, ma con il chiaro intento di screditare Roma e il paganesimo, così facili a concedere patenti di divinità anche a personaggi non proprio limpidi.
Nel Medioevo, nonostante
l’ovvio predominio della versione virgiliana, non si perse il ricordo dell’Enea traditore. Darete fu messo in versi latini
25 o direttamente tradotto in varie lingue europee26, ed è con Ditti proclamato
modello del Roman de Troie di Bénoit de Sainte Maure 27 e della versione latina di Guido delle Colonne
28. Eppure ancora oggi prevale l’opinione che a Dante fossero noti solo i rimaneggiamenti medievali dei due scritti.
Il Roman de Troie dovrebbe meglio esser definito un poema epico-cavalleresco che in trentamila versi narra la storia secolare della
città, fino ed oltre la sua distruzione definitiva per mano greca. L’opera riassorbe tutto il patrimonio mitologico e letterario del
Medioevo e lo rielabora in forme che sono già espressione della cortesia e religiosità tipiche dell’età nuova. Ebbe un
successo ed una diffusione straordinari, fu oggetto di numerose redazioni e traduzioni, soprattutto quando venne ridotta in prosa e tradotta in latino
da Guido, nel 1287, con il titolo Historia destructionis Troiae.
Benoit e Guido citano continuamente Ditti e Darete. Per di più,
il notaio di Messina non parla mai del monaco normanno. E entrambi dicono di volersi rifare, per l’antica vicenda di Troia, alle veridiche parole
di chi avrebbe vissuto direttamente gli eventi piuttosto che ad Omero, venuto tanto tempo dopo a falsare con la poesia la verità dei fatti. Si
potrebbe dire che in nessun passo come nei prologhi essi rispecchino fedelmente le parole dei loro modelli. E si comprende anche come lo stesso Isidoro
sia rimasto preda del loro tranello letterario. Il Roman de Troie e l’Historia Troiana seguono generalmente le trame di Darete prima e Ditti per
le vicende conclusive, con un metodo che si potrebbe definire amplificatorio, ma applicano frequentemente anche la contaminazione con altre fonti latine.
Solo un paziente lavoro di schedatura e un commento adeguato ai due testi e ai loro modelli consentirebbe di definire con precisione come questi
importanti documenti sono giunti a Dante e al mondo umanistico. Per quanto concerne la storia del tradimento, essa è raccontata in maniera
sostanzialmente simile dai quattro autori, con variazioni legate allo stile di ognuno di loro 29. Le responsabilità
maggiori vengono fatte gravare ora su Enea, ora su Antenore; altre vicende altamente drammatiche sono quelle di Polissena e del Palladio, che avranno
anch’esse largo seguito nelle letterature successive 30.
Di particolare interesse sembrano altre due testimonianze, molto vicine a Dante. La prima è contenuta nell’epistula mandativa ad comites palatinos di Boncompagno da Signa 31; l’altra è un singolare documento in dialetto romanesco sulla storia di Troia 32, risalente al XIII secolo e non collegabile sia per la datazione che per le dimensioni del racconto alla catena aperta dal monaco normanno.
Proprio questo testo, a detta del Marti, sarebbe alla base del capitolo I, 33 (Comment Eneas arriva en Ytaille) del Trésor
di Brunetto Latini:
Quando Troia fu presa e messa a ferro e fuoco e ci si uccideva gli uni gl i altri,Enea il figlio di Anchise con il padre e
Ascanio suo figliose ne uscirono dalla città e si portarono un grandissimo tesoro e con un gran numero di persone scamparono.E perciò
gli autori raccontano che egli seppe del tradimento, e ne fu complice, e parecchi dicono che non ne seppero niente se non alla fine, quando la cosa
non potè essere evitata; ma comunque andò la cosa egli e la sua gente se ne andarono per mare e per terra,e prima o dodpo arrivarono in
Italia 33.
Li autors sono evidentemente Bénoit de Sainte Maure e Guido delle Colonne, se non
proprio Darete e Ditti ; ed è quindi indubbio che il maestro amato e venerato di Dante conoscesse bene la versione dell’impius Aeneas.
Come si giustifica allora il generale silenzio degli studiosi e commentatori di Dante che nulla dicono del coinvolgimento dell’eroe nel tradimento,
limitandosi a parlare della colpa di Antenore a proposito dell’Antenora di Inferno XXXII 87 e degli Antenori di Purgatorio
V 75?
E come mai nessuno ha finora rilevato che l’eroe virgiliano è citato più volte indirettamente nel poema, ma che Dante ne
fa solo il nome quando ci dice di averlo visto nel Limbo (Inferno IV 121)? La prima domanda sembrerebbe avere una sola risposta, che non vorrei suonasse
offensiva e presuntuosa: i testi di Darete, Ditti, Bénoit de Sainte-Maure e Guido delle Colonne, e più particolarmente i riferimenti ad
Enea traditore, hanno avuto sino ad oggi troppo pochi lettori, generalmente distratti. E’ pur vero, però, che accanto alla fonte virgiliana
i fatti di Troia erano noti a Dante e a tutto il Medioevo proprio per il tramite di questi autori.
Al secondo quesito, se come mi appare evidente
Dante conosceva la versione del tradimento, non c’è che una risposta credibile: il divino poeta , seguendo fedelmente il suo impareggiabile
maestro, l’ha volutamente taciuta perché parlandone avrebbe messo in crisi irreversibile la credibilità di Virgilio e la struttura
stessa della Commedia. Ma, naturalmente, anche perché questa immagine di Enea appariva a lui come già al suo maestro e oggi a
noi infinitamente meno bella e poetica.
1 Cfr. soprattutto Il. XX 177-82 e 292-308, e l’Inno ad Afrodite, V 194-201, che contengono la famosa profezia sui destini di Enea e che forniranno più tardi alla gens Iulia motivo di autoesaltazione. Cfr. anche Trifiodoro, 651 sgg.
2 Cfr. sch. ad Iliadem XII 99 e XX 306 e Strabone, Geografia XIII 1, 53. Vedi anche la nota [7].
3 Nessun accenno al tradimento nella Crestomazia di Proclo. I frammenti di Lesche sono desumibili dagli scolii ai vv. 1232 e 1268 dell’Alessandra di Licofrone.
4 Ne parlano Pausania X 27 e Strabone XIII 1,52, ma anche gli scoli ad Il. III 205 a, a Pindaro Pit. V 109, ad Aristofane, Uccelli933 con importante richiamo a Sofocle, che riferiscono di una pelle di leopardo appesa alla porta, e Servio ad Aen. II 15, che parla invece di un caput equi pictum. Del tradimento di Antenore parlano anche Dionigi d’Alicarnasso (che cita Ellanico), AR I 48, Dione Crisostomo, XI 137, Eliano NA XIV 8, Quinto Smirneo XIII 300 sgg., e Suda alla voce Palladio. E’ degno di rilievo il fatto che le numerose fonti greche sul tradimento parlino solo di Antenore, e magari di Eleno, Elena e Anchise, mentre Enea viene in proposito esplicitamente accusato solo da Menecrate (in Dionigi d’Alic., AR I 48) e da fonti latine.
6 Cfr. Hellanicus Hist.Fragmenta 1a,4,F.31.10-71.
7 Particolarmente significative quelle di Sofocle, nel Laocoonte, fr.a c. Pearson, II 44, 307; di Licofrone nell’Alessandra 1261 sgg.; di Diodoro Siculo in Bibl. VII 4, Appiano, bellum civile I 6, 41; Eliano VH 3.22 e Fr 148, Ellanico nel passo citato, Trifiodoro 651 sgg. Tra le fonti latine che esaltano il pio Enea , Ovidio Met XIII 630 sgg.
8 Antichità romane, I 48: “E Menecrate di Xanto narra che egli consegnò ai Greci la città a causa della inimicizia con Alessandro e che per questo beneficio gli Achei gli permisero di salvare la sua casa. Il suo racconto sull’argomento comincia dalla sepoltura di Achille ed è questo: “Gli Achei erano in angoscia e pensavano di aver perso l’eroe determinante per loro nella guerra. E tuttavia, datagli sepoltura, continuavano a combattere con ogni energia, finché Troia fu conquistata perché Enea la consegnò. Enea infatti, essendo privato di onori da parte di Alessandro e escluso dalla distribuzione del bottino, abbatté Priamo e così facendo era diventato uno dei Greci”.
9 Anonimo dell’Origo gentis Romanae IX 1-4. Molto più vago sarebbe il riferimento di Nevio Bellum Poenicum frg. 8,10,24,25,28.
10 Cfr. Tib. Donato, ad Aen II 199; e Servio, ad Aen I 241, 488, 649, II 15. Particolarmente rilevante il commento a I 241, che contiene il riferimento anche ai passi di Livio I 1 e Orazio.
13 De beneficiis, VI 36,1. Cfr. anche ad Helviam 7.
14 XI 139. Basterebbe considerare che egli visse tra il 560 e il 636 per respingere la tesi che l’opera di Darete sia stata composta nel VI secolo.
15 Le testimonianze greche su Ditti sono in Suda, ad vocem; Giovanni Malala, passim; Areta, in Dionis Chrysostomi XI 92; nel papiro di Tebtunis 268 appena citato; in Costantino VII, De virtutibus et vitiis I 166-8. Quelle latine sono desumibili soltanto dalla sua opera, diversamente che per Darete.
16 Per “Darete”, oltre gli autoschediasmi desumibili dal De excidio Troiae, cfr. Tolomeo Chenno in Fozio, Bibliotheca 190; Eustazio, ad Od. I 432; Eliano, VH XI 2; Isidoro, Etym. I 42. Il nome è in Il. V 9-12 e nell’Ilias Latina al verso 403. La testimonianza di Tolomeo riporta “Darete” almeno al I secolo d.C., se non in età ellenistica. Ditti e Darete, diversamente da oggi, furono ben noti dal Medioevo a tutto l’Ottocento: vedi, tra gli altri, Muratori, Della perfetta poesia, I; Vico, Principi di una scienza nuova, Bb. Guerra Troiana; Foscolo, La Commedia, discorso sul testo del poema di Dante; Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, II 7.
17 Cfr. i rispettivi prologhi.
18 Particolarmente importanti sono IV 18 e 22 , V 1-18.
19 La tradizione classica ne fa concordemente la moglie di Antenore, e Ditti forse per questo non parla di corruzione sua da parte del marito. E’ singolare che Bénoit e Guido parlino di un sacerdote, Toante(?), e non di una sacerdotessa custode del Palladio, che forse sarebbe più naturale: ma nel Medo Evo non si poteva pensare all’ipotesi di sacerdotesse. Nessun aiuto viene da Darete, che non fa cenno del Palladio. Più esplicito Suda, sub voce. Non escluderei l’ipotesi che la confusione sia dovuta alla tradizione manoscritta, per la somiglianza dei due nomi in lingua d’oil.
20 Vedi i libri 3-5, passim. Cfr. anche Darete, 27-43 passim; Servio, ad Aen. III 321 e a VI 57 e naturalmente i loro imitatori medievali. La storia di Polissena era già ampiamente presente nei modelli classici, tra i quali spicca ovviamente Euripide con l’Ecuba, dove viene raccontata anche la vicenda di Polidoro che peraltro questi autori raccontano in modo notevolmente diverso. L’amore per Polissena spinge Achille a progettare di abbandonare il conflitto, nel quale egli rientrerà ma non per l’uccisione di Patroclo bensì per il prevalere dei Troiani. Questo amore lo porterà alla morte e farà dire a Dante (Inferno, V 65-66) da Virgilio: “ e vedi Achille/ che con Amore alfine combatteo”. Anche in questo caso, da chi se non da questa catena di autori Dante avrebbe appreso la storia di Polissena ? L’unico autore latino che ne parli in questi termini è Servio.
21 Le fonti tradizionali collegano il contrasto alla disputa sulle armi di Achille, che Darete e Ditti e gli imitatori medievali più coerentemente consegnano al figlio Pirro. Anche qui si coglie l’intento razionalistico dei due autori. Anche la complessa storia del Palladio andrebbe riscritta alla luce di questi testi.
23 ] Ad nationes, II 9: “Enea certo mentre la patria bruciava abbandonò i compagni per inseguire una donna fenicia…E lo chiameremo pio per aver salvato un solo fanciullo e un vecchio decrepito, ma aver abbandonato Priamo ed Astianatte?”.
24 De civitate Dei, XVIII 21: “Latium post Aenean, quem deum fecerunt, undecim reges habuit, quorum nullus deus factus est. “ Cfr. anche XVIII 19.
25Lo fece Giuseppe Iscano o da Exeter, in Inghilterra, con la Daretis Phrygii Ylias in sei libri, disponibili nella edizione del Gompf.
26Vanno ricordati tra gli altri Jean de Flixécourt e Jofroi de Waterford; Herbort von Fritzlar e Konrad von Wurzburg contaminarono il testo di Darete con quello di Bénoit de S.M. Ma l’elenco di autori, anche italiani, che si occuparono tra Duecento e Trecento della vicenda di Troia potrebbe continuare a lungo.
27 Bénoit li chiama clerici o sapientes o addirittura cavalieri.
28 Guido li cita anch’egli spessissimo, dichiarando di aver seguito Darete per i primi 25 dei suoi 32 libri e Ditti per la parte conclusiva. Spesso tuttavia egli non doveva aver dinanzi a sé nessuno dei due, ma solo il monaco normanno e le sue amplificazioni. Da buon notaio, non lo cita mai…
29 Darete ha uno stile schematico, apparentemente freddo e tuttavia non privo di fascino, particolarmente evidente negli ultimi capitoli; Ditti scende più nei particolari e il suo racconto segue il modus scribendi tipico dei romanzieri greci a lui più o meno contemporanei; a Bénoit bisogna riconoscere tra l’altro il merito di aver “inventato” vicende sentimentali feconde come quella di Troilo e Cressida o, in nuce, quella di Achille e Pentesilea e aver ampliato notevolmente quella di Polissena contaminando anche altre fonti; Guido fa tra l’altro un lucido bilancio delle differenze abbastanza significative tra i racconti di Darete e Ditti, tra cui le storie del cavallo e del Palladio. Caratteristica di Darete e,in misura minore, di Ditti è l’impostazione razionalistica che riduce enormemente l’influsso degli dèi nella vicenda troiana.
30 Un’altra vicenda che avrà un lungo seguito letterario è quella di Troilo e Diomede amanti di Criseide/Briseide, che però non ha radice in Ditti o Darete ma in Bénoit de S.M. Il Boccaccio la amplierà enormemente con il suo Filostrato e per il tramite di Chaucer la storia giungerà sino a Shakespeare.
31 “Heneas quidem in odium Priami excellentissimam urbem Troiam destrui persuasit.”
32 Storie de Troia e de Roma (databile, nella redazione latina, alla prima metà del XII secolo).
33 Quant Troie fu prinse et mise à feu et à flame, et que l’on ocioit
les uns et les autres, Eneas li filz Anchises o tout son pere et Aschanius son fil s’en issirent hors et emporterent grandesime(1) tresor, et avec
tout plain de gent s’en alerent à sauveté. Et por ce racontent li autors(2) que cil aparcurent la traison, et plusor
dient qu’il n’en seurent riens se à la fin non (3) que la chose ne pot estre destornée ; mais, comment(4) que la chose fust, il
et sa gent s’en alerent par mer et par terre , une hore(5) avant et autre arrieres, tant que ils arriverent en Ytaille.
(1) A 3 ; amportierent
grant, F ; s’en issi et enporta grandisme, R, W, Y, F3 ;
(2) auctor, que il sot la traison, et qu’il en fu compains, ,
mais li D, K, S, R, W, V, Y, AE, F3 ; (3) seut mot devant, D, S ; (4) Y, AE, W, A3, F3 ; que la … comment mq. F ; (5) Cà, autre hore
là R, Y, AE, W, A2
N.B. Per la nota 2, ho considerato poziore la lezione dell’apparato critico, così ampiamente supportata dalla tradizione manoscritta.
Anonimo, Origine del popolo romano, a c. G. D’Anna, Arnoldo Mondatori, 1997; Dictys Cretensis Belli Troiani Ephemerides, edidit Eisenhut, Teubner; Dares the Phrygian, De excidio Troiae historia, The Latin Library; Isidoro, Etimologiae, I 42, The Latin Library; Ioseph Iscanus, Frigii Daretis Iliados ll. VI, in Werke und Briefe, edidit L. Gompf, Leiden und Koln1970; Guido de Columnis, Historia destructionis Troiae, a c. Griffin, The Medieval Academy of America, Cambridge, Massachussets, 1936; Storia della Guerra di Troia, di M. Guido giudice dalle Colonne, a c. Dello Russo, ed. Ferrante, Napoli 1868 ; Benoit de Sainte-Maure, Le roman de Troie, a c. Baumgartner-Vieillard, Le livre de poche, Librairie Générale Francaise, 1998 ; Le roman de Troie en prose, a c. Vieillard, Bodmer 1979 ; Volgarizzamento catalano della Historia destructionis Troiae di G. delle Colonne, a c. Jacme Conesa, Barcellona 1916; Libro della destructione de Troya, volgarizzamento napoletano trecentesco da Guido delle Colonne, a c. De Blasi, Bonacci editore, Roma 1986; C. Pascal, Enea traditore, Rivista di Filologia e istruzione classica, 1904, pagg. 232-4; V. Ussani junior, Enea traditore, in Studi Italiani di Filologia Classica, 1947, pagg. 109-23; Ditti Candiotto e Darete Frigio, Guerra e rovina di Troia, a c. Resmini, Aleph edizioni, 2000; La prosa del Duecento, a c. Segre e Marti, Ricciardi, 1959, per il testo delle Storie de Troia e de Roma.
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Francesco Chiappinelli